Dal 15 Gennaio al 28 febbraio 2013

Milano 1976 - Azione alla Palazzina Liberty

opere di Giuliano Mauri, foto di Enrico Cattaneo

La mostra, a cura di Roberto Borghi, presenterà alcuni dipinti su tela grezza di Giuliano Mauri (le cosiddette Lenzuola), una serie di foto di Enrico Cattaneo che documentano l’Azione alla Palazzina Liberty di Milano realizzata da Mauri nel ’76, alcune opere dell’artista lodigiano degli anni Novanta.  

Oltre a partecipare alla Biennale di Venezia, nel 1976 Giuliano Mauri realizza a Milano, nel parco di Largo Marinai d’Italia, la celebre Azione alla Palazzina Liberty – documentata da un ciclo di foto di Enrico Cattaneo che è stato recentemente esposto presso il Museo del Novecento a Milano.

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Dal 14 marzo al 14 aprile 2013

Polis & Polis

Francesco Corbetta

La fotografia ha sempre “risposto” alla Città tenendo conto della complessità visiva di quest'ultima, sia come immagine sia come esperienza.

Camminando in città s’instaura un particolare rapporto con la strada e la gente che la percorre; fotografarla per Corbetta è un'operazione di scrittura che volge in una presa di coscienza sulla comunicazione. Le architetture, le vie e le piazze diventano solo un pretesto per “indagare” l'uomo; il suo lavoro si spinge fino alla rappresentazione della figura come forma nello spazio, come ricerca cromatica. In fotografia è significativo lo stretto legame con  la raffigurazione pittorica, dalla quale ha preso grande spunto; influenzato da cubisti e futuristi, le fotografie eseguite con esposizioni multiple risultano dinamiche nel contenuto e nella forma; le costruzioni diventano leggeri castelli in aria, luoghi sacri dove gli individui si incontrano e si rincorrono seguendo la frenesia della vita contemporanea, immersi nella loro personale e intima solitudine. Gli uomini sono delicate silhouette in cui è impossibile riconoscere l'identità. Le tonalità fredde trasformano il luogo in un tempio, proiettato in una dimensione metafisica.

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L'immagine coinvolge l'osservatore nello sforzo interpretativo, sospeso tra il riconoscimento della realtà che lo circonda quotidianamente e il cambiamento della percezione realizzato dall'intervento artistico. Le riprese sono eseguite con pellicola negativa, il “quadro foto-grafico” è identico al negativo originale, l'unico intervento in post-produzione è l'inversione cromatica.

 

Francesco Corbetta è nato a Como nel 1977- Vive e lavora a Como Cresciuto nell'ambiente fotografico grazie ai genitori, i quali ancora oggi proseguono l'attività di fotolaboratorio, dopo gli studi si dedica professionalmente al lavoro di fotografo. Ha lavorato al fianco di Maurizio Galimberti, esperienza importante per la sua crescita, con Antonio Guccione nel mondo della moda; in questo frangente Corbetta si è trovato a diretto contatto con importanti personaggi, con i quali ha collaborato a campagne pubblicitarie e ha amichevolmente “posato” per Alviero Martini.

 

Dal 18 aprile al 24 maggio 2013

Un fil suffit”                                                                       “Dialogo assente

Francesco Corbetta                                                                     William Xerra

I due artisti oltre all’amicizia hanno in comune la profonda ricerca, quasi uno

scavo nella vita e nell’arte. Si sono incontrati alla fine degli anni sessanta in

occasione dell'evento “Parole sui Muri” a Fiumalbo di Modena. In questa mostra

presentano alcune opere che partono dagli anni settanta sino ad approdare alle

più recenti che danno il titolo all'esposizione e che li hanno già visti insieme

nella personale a Parigi, nel 2012 alla Gallerie Alain Oudin.

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MARCEL ALOCCO, laureato in “Lettere Moderne” all’Université d'Aix-en-Provence, è uno degli esponenti dell’Ecole di Nice.

Dal 1963 al 1970 entra a far parte di FLUXUS é anticipatore

di Supports-Surfaces. Durante l’esperienza “Fluxus” produce

opere con uso di materiali diversi.

 

Dal 1973 lavora sulla “Pittura in Patchwork”. Il tessuto è

dipinto, strappato, lacerato, rimontato con cuciture o a maglia.

I colori, le figure, e i supporti sono legati insieme con la

tecnica della tessitura, della intrecciatura.

Dal 1980 inizia la tecnica dello sfilamento della tela, creando la trasformazione dell’immagine. Il suo ritorno verso le arti plastiche avviene nel 2003 e nel 2007 prepara a Nizza l'esposizione "Alocco, scritture, testi, tessiture: dell’arte plastica come Libro" allla  Bibliothèque Louis-Nucéra. Dice lui stesso: “Cercare il senso è esplorare l'origine alla ricerca dei componenti  fondanti. Il mio lavoro  sfrutta l'elementarità, l'arcaicità, dentro le tecniche dell'iconografia”. Sue opere sono presenti al MAMAC Museo d'arte Contemporanea di Nizza.

 

 

WILLIAM XERRA ha frequentato il Liceo Artistico e l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove ha insegnato come Visiting Professor  dal 2002 al 2009. Tutta la sua opera è rivolta tra il segno poetico e quello pittorico. Frequenta poeti e scrittori  del gruppo 63. E' cofondatore di Ant-Ed nel 1968. Collabora con Tam-Tam Edizioni di poesia. Negli anni '70 produce performance, video e concepisce una corposa serie di opere “concettuali”.

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Diviene poi esperienza quotidiana l'utilizzo del frammento e del telaio interinale. Il concetto del “VIVE” accompagnerà la sua opera dal 1972 sino alla fine degli anni '90. Dal 2000 inizia il suo percorso legato al “IO MENTO” e nel 2002 alla Fondazione Mudima di Milano presenta un manifesto letto da Pierre Restany. Sue opere più recenti presenti in mostra trattano il tema del “Dialogo Assente”, figure a fronte che non dialogano, causa il vuoto che le ingabbia. Dice lui stesso: “E' stare con o constatare la distanza tra soggetto e oggetto. E' come l'abbandono di un ruolo per operare la ricomposizione”. Sue opere sono presenti nel “Cantiere del '900” Museo Gallerie d'Italia a Milano.

 

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Dal 6 giugno al 18 luglio 2013

REALITY, economie

Luciano Pivotto

Pivotto presenta in questa occasione il nuovo ciclo  “REALITY, economie”, la cui realizzazione ha impiegato l'artista per un anno intero.

L'intera serie si compone di una trentina di opere di formato diverso e 7 libri di artista dedicati, questi ultimi, al primo articolo della Costituzione Italiana e dello Statuto dei lavoratori. Il tema a cui l'intero ciclo è dedicato è il mondo del lavoro, visto sotto un duplice aspetto.

La serie presenta una netta dicotomia sia linguistica sia contenutistica. Se a livello di linguaggio le opere si caratterizzano per un'interrelazione tra una parte iconica e figurativa e una linguistica, l'oggetto della rappresentazione, il mondo del lavoro, e il modo con cui quel mondo viene rappresentato, le parole-frasi che formano e danno corpo a quelle rappresentazioni, anche il concetto di lavoro viene raffigurato attraverso due diverse modalità.

 

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Da una parte le immagini, costruite dalle parole-frasi, appaiono nitide e ben visibili sin dal primo sguardo, dall'altro le parole utilizzate per comporre i contorni delle figure, parole derivate tutte dal linguaggio finanziario, richiedono un maggiore grado di attenzione da parte dello spettatore.

Pivotto propone così, sin dal titolo dove alla parola maiuscola reality si accosta la parola minuscola economie ad indicare una pluralità di significati che a quel termine si può dare, un confronto, o forse più propriamente, uno scontro tra due diverse concezioni di intendere il lavoro e il profitto, umano, sociale, finanziario che sia.

 

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Dal 3 ottobre al 7 novembre 2013

A CHE TEMPERATURA FONDONO LE CONSONANTI?

Marco Cordero

Marco Cordero (nato a Roccavione, in provincia di Cuneo, nel 1969, vive a Torino) presenterà per questa occasione una serie di opere realizzate negli ultimi tredici anni. Cordero scolpisce libri. Ma non nel senso che le sue sculture hanno le forme di volumi rilegati: i libri sono invece la materia prima che l’artista intaglia con precisione e delicatezza, ricavandone impronte di corpi, profili di paesaggi, sagome di oggetti emblematici della nostra tradizione culturale. Dalle opere affiorano a volte frammenti di testi, brevi sequenze verbali che in alcuni casi hanno la parvenza del verso poetico o dell’aforisma, in altri il sapore dell’enigma.

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Il libro inteso come strumento-cardine della trasmissione del pensiero, come oggetto sacralizzato (la letteratura può essere ritenuta un culto che, come ha scritto Martin Amis, «rispetto alle fedi convenzionali, offre qualcosa di tangibile da venerare»), nel lavoro di Cordero è omaggiato nella stessa misura in cui viene profanato, o perlomeno ricondotto nell’alveo del suo rapporto basilare, fisico, tattile con la vita.

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Una serie di «lenzuola grezze di canapa e di cotone ruvido, tinte di seppia» - come scrive Dario Fo, che proprio in quel periodo anima con la sua compagnia teatrale la Palazzina – sono appese ai fili tirati tra gli alberi, quasi fossero ampi panni stesi ad asciugare. Le persone sono invitate a passare attraverso questi teli, che rievocano la poesia di una civiltà contadina ormai quasi scomparsa in seguito all’urbanizzazione. «Il colore di quest’opera così sobria– continua l’attore e drammaturgo – è il cielo dietro ai lenzuoli che sventolano appesi, e gli alberi intorno, e i prati e i bambini che girano correndo intorno e saltando e ridendo. Ma non è solo una trovata, è sicuramente una provocazione, festante e felice. E’ la manifestazione di un’altra cultura, inventata con coraggio e fantasia».

Le tele bianche, definite dall’artista semplicemente «lenzuola», sono anche il supporto di una serie di dipinti collocati in contesti naturali all’interno delle città, come sono appunto i giardini attorno alla Palazzina. I dipinti che raffigurano, secondo Vittorio Fagone, «una condizione umana allarmata o disperata                 (i bambini affamati del sud-est asiatico, le madri tragiche delle piccole guerre dei poveri degli anni Settanta)»vengono esposte in luoghi pubblici perché tutti sappiano e non restino indifferenti, ma questo invito a indignarsi trova presto altre modalità d’espressione e soprattutto altri significati. Tra gli anni ’70 e gli ’80 Mauri va alla ricerca di una sorta di ingiustizia originaria, qualcosa di simile a un errore iniziale dal quale sono scaturite la disuguaglianza e la sopraffazione, e individua nella natura la vittima del primo e letale abuso. Nascono così le prime opere ambientali che renderanno celebre l’artista lodigiano.

 

 

Dal 5 dicembre al 16 gennaio 2014

FIGURE DISPERSE

Ion Koman

(…) Questa importante personale milanese, intitolata “Figure disperse”, allestita presso la storica galleria di Maria Cilena, costituisce una tappa importante nella carriera di Koman. Seguo con interesse da anni il percorso artistico di Koman, ed ho sempre ammirato in lui la coerenza formale e la compattezza di uno stile che, con alcune varianti sempre in equilibrio tra figura ed astrazione, mantiene evidente il livello di simbolicità ed evocazione che gli è proprio. Per comprendere la sua arte bisogna segui- re quella che è stata la sua formazione esistenziale e professionale. Koman è originario della Moldavia, regione dell'est Europa racchiusa tra Romania ed Ucraina, senza sbocchi sul mare, annessa dall'ex Unione Sovietica e resasi indipendente dal 1991.

La lingua è affine al rumeno, quindi di matrice neo latina, e ciò contribuisce a spiegare la solarità cromatica dei lavori dell'artista. Koman si trasferisce dalla Moldavia a Mosca, dove entra in contatto con gli ambienti artistici ed accademici della capitale, per poi trasferirsi in Italia, a Novara, senza tuttavia perdere in alcun modo i legami, non solo ideali ma concreti, con la sua terra natia, dove spesso si reca. dove spesso si reca. Come ho avuto modo di sottolineare in una serie di presentazioni prodotte alcuni anni fa, e ad oggi del tutto attuali, lo stile di Koman riprende alcune tematiche fondanti la poetica del Novecento, in particolare la linea del cubismo orfico, quella dotata di maggiore carica spirituale

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tra le avanguardie storiche, ma anche qualche eco del poetico espressionismo di Chagall e alcune tracce, piùsfumate, dell'astrazione di Kandisky. Il tutto adeguatamente contestualizzato nel “qui ed ora” della contemporaneità. Come giustamente sottolineato in una recensione ad una sua recente personale presso la galleria Rotaross di Novara, l'immaginario di Koman coniuga la poesia dei paesaggi moldavi, all'immanenza dei monumenti e delle architetture di una metropoli come Mosca. La sua cultura approfondita anche dell'arte occidentale è testimoniata da una serie importante da lui concepita come quella delle “Finestre”. Così scrivevo : “ Una serie vicina alla tradizione occidentale, in particolare italiana, in sintonia con la teorizzazione di Leon Battista Alberti sulla prospettiva, è quella delle “Finestre”. Con queste opere Koman sviluppa una interessante dialettica tra “interno” ed “esterno” “. Il tema della mostra “Figure disperse”, è da collegarsi al tema dell' itineranza e del viaggio, di un'esistenza nomade ed irrequieta, tipica delle genti dell'est, ed in parte sintonica con la stessa esperienza esistenziale di Koman. Nei quadri dal titolo omologo al tema della mostra, Koman tratteggia, su sfondo bianco, una serie di figure di varia umanità che si muovono in un ellittico e paradossal-mente ordinato caos come personaggi in cerca di autore, con uno stile aggraziato ed incisivo al tempo stesso che giunge a sfiorare il territorio del pop. In un altro lavoro intitolato “Figure del bosco” la cifra torna ed essere quella aniconica, con esili tracce umane balenanti in un paesaggio tratteggiato con elementare sintesi e rara intensità poetica, tutta giocata sull'uso del colore.

Edoardo Di Mauro, settembre 2013

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