Dal 15 aprile al 15 maggio 2010

Mara Scanavino  "Pause"

Quotidiane ossessioni di Angela Madesani

Cento polaroid. Cento scatti ripresi da uno schermo casalingo. Cento frame da dvd di film di ogni genere. Autrice del lavoro è una neofita delle mostre, ma non della fotografia e dell’immagine, Mara Scanavino. Il titolo del lavoro è Pause. È la parola che compare ogni volta che blocca l’immagine sullo schermo. Una parola seducente che ha senso sia in inglese che in italiano e che può divenire la ragione stessa dell’operazione. Da qualche anno Scanavino, che nella vita professionale è una stimata grafica, dà vita a lavori fotografici, che in realtà sono una ritualità esistenziale. Ho appena parlato di vita professionale, ma sono, tuttavia, convinta che nel suo caso non ci siano barriere tra professione e ricerca artistica: la sua tensione all’essenza è esistenziale.

Dal 20 giugno al 20 luglio 2010

Cristina Pavesi  "PERCORSI TEMPORALI"

I lavori in mostra sono mandala che si sviluppano da un centro e il cui diametro accresce nel tempo. Cristina Pavesi, ci racconta “Piego ogni pagina senza ansia di controllo, come per convincermi, piega dopo piega, che col mio fare costruisco il mio essere e non lo disperdo, ma lo concentro all’interno di una spirale che rappresenta il tempo, il mio tempo. Spendendolo in una ‘futile’ attività creo la rappresentazione concreta del mio tempo trascorso. Sono sempre stata ossessionata dal tempo che scorre, per questo la tecnica del video mi ha subito affascinata in quanto qui l’elemento dello scorrimento temporale è evidente e può essere anzi accentuato maggiormente. Allo stesso tempo pensavo alla possibilità di opere capaci di racchiudere il senso del tempo che scorre, che andassero oltre l’artificio del video. Pensavo all’immagine che mi ero fatta di quel bambino autistico descritto da Bettelheim nel suo libro “La fortezza vuota”: disegnava e strappava in modo circolare e continuo, dai bordi al centro, la carta del suo foglio, in un’unica striscia. Poteva questa astrusa attività dare un senso al suo operare, alla sua vita?

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   Dal 4 marzo all’8 aprile 2010

Pier Paolo Fassetta - Guido Satorelli - Luigi Viola  "3"

a cura di ANGELA MADESANI

 

In un tempo, come il nostro, di internet, di tempo reale, di videoconferenze, pare strano pensare che tra una città e l’altra della stessa nazione possano esserci problemi di scambio di informazioni. Eppure talvolta è così: almeno per storie della storia dell’arte che non sono di interesse precipuo per il mercato. Come se il nostro paese fosse diviso in compartimenti stagni. Capita con la situazione romana degli anni fra i cinquanta e i settanta, che al di fuori della capitale non è così nota nel dettaglio al pubblico dell’arte e, talvolta, persino neppure agli addetti ai lavori di altre città, in particolare del nord. Talvolta ci si trova di fronte a pubblicazioni e saggi nei quali le notizie date variano a seconda del luogo nel quale sono nate.

Mi è parso interessante proporre a Milano tre protagonisti di quella gloriosa storia: Pierpaolo Fassetta, Guido Sartorelli, Luigi Viola, nel tentativo di accorciare le distanze.

Perché proprio loro fra gli altri? Molti sono i motivi, il primo fra tutti è che proprio questi tre artisti hanno continuato a frequentarsi, a partecipare alle stesse mostre,  a confrontarsi sui temi dell’arte, seppure con tre individualità spiccate e diverse fra loro.

Questa piccola rassegna milanese, presso la Galleria Maria Cilena, sul loro lavoro potrebbe essere un passepartout per aprire una riflessione su quel particolare momento, per porlo a confronto con quanto accadeva al di fuori del capoluogo veneto e delle città ad esso vicine. Gli artisti che allora lavoravano in stretto contatto con il Cavallino e con la realtà veneziana erano numerosi, fra questi: Claudio Ambrosini, Sirio Luginbühl, Federica Marangoni, Germano Olivotto, Paolo Patelli, Romano Perusini, Fabrizio Plessi, Michele Sambin, Mario Sillani Djerrahian, oltre ai nostri tre. L’edizione della Biennale di Venezia del 1972, quella che sdogana la fotografia, vede tra gli artisti invitati da Renato Barilli, oltre a Franco Vaccari, il veneto Germano Olivotto, la cui ricerca è a tutt’oggi assai poco nota, che scompare, poco dopo, neppure quarantenne, nel 1974.

 

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Luogo privilegiato di sperimentazione, ricerca, confronto fra gli artisti. Altro luogo importante, anche se più eterogeneo, di quel panorama veneziano è stata la Fondazione Bevilacqua  La Masa, profondamente diversa da quello che è oggi, presso la quale nel 1978 Guido Sartorelli e Toni Toniato danno vita all’importante mostra Nuovi Media[1]. (Su quel particolare momento della storia dell’arte a Venezia sono fondamentali i diversi studi di Riccardo Caldura.)

Questa piccola rassegna si propone, come già detto, di continuare, sulla scia degli studi di Caldura e di pochi altri, di fare luce su quella interessante vicenda. Lo sguardo cadrà su quel particolare momento, ma anche sull’oggi, sugli sviluppi, sulle più recenti riflessioni di questi tre artisti, che nel corso degli anni hanno continuato a fare ricerca, a muoversi con intelligenza e a porre la loro riflessione sui media, in vorticoso sviluppo tecnologico.

Così è ed è stato per una certa situazione veneziana tra gli anni sessanta e gli anni settanta, quella degli artisti che in quel periodo si sono rapportati con i cosiddetti nuovi media, con la fotografia, con il cinema, con il video. Un momento fondamentale di quella storia è stata l’apertura della Galleria del Cavallino, nel 1965, da parte di Paolo e Gabriella Cardazzo, figli di Carlo, scomparso due anni prima.

Non è attratta dalla tecnologia, non le interessa la postproduzione.

Un’operazione la sua che mi riporta alla mente i paesaggi dalla finestra di Tom Phillips - un’operazione che dura da alcuni decenni - ma anche gli oggetti di Franco Vimercati. Microcosmi, nei quali il vero protagonista è la ritualità stessa, appunto, che va a toccare le corde più profonde dell’esistenza e del suo oscuro senso.

Pause, infatti, non è un’operazione per catturare la filosofia del film, anzi lei stessa ammette di non essere una cinefila accanita. E solo da poco tempo le fotografie sono accompagnate dal titolo, per una ragione pratica, più che per bisogno di etichettare: tutti le chiedevano da che film provenisse il frame e sembrava di essere in un quiz. La scelta delle singole immagini da bloccare è intuitiva, inconscia, c’è un’attrazione di matrice pittorica, che ancora una volta si collega con la sua impostazione grafica, di ricerca spaziale di un certo tipo. Se proprio volessimo operare una forzatura, potremmo scorgere una comune malinconia che attraversa le immagini e i film, al di là delle loro trame, che si tratti dei francesi, i suoi prediletti o di Verdone.

E quindi il contrasto, ma solo apparente, tra la durata della proiezione e l’istantaneità dello scatto.

Mara Scanavino è affascinata dalla dimensione minuta e le polaroid fotoamatoriali sono, in tal senso, perfette.

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Ci troviamo di fronte a una sorta di ritualità zen, che nasce da un rigore estetico certo, ma prima di tutto etico: una quotidiana ossessione, che diviene stile di vita.

Tutte le immagini di questa serie sono state realizzate con la dovuta lentezza, in due anni e mezzo circa, con gli stessi

Dal 20 maggio al 18 giugno 2010

Gianfranco Milanesi  "identikit"

Tutti sanno che con  Identi-kit si intende la realizzazione e la ricostruzione di una sintesi figurata dei tratti somatici di una immagine da riconoscere, desunta dalle informazioni date da testimoni  oculari dei fatti nei quali sono coinvolti. L’interesse  di  Gianfranco Milanesi va oltre: al principio d’identità, nella richiesta di conoscerla, per riconoscerla come tale e raccontarla. Realizza opere,  i suoi cosiddetti “non quadri” (come sono state già definite), con paraffina bianca o nera che trasforma in algidi lucidi quasi meccanici, realizzati con varie stratificazioni, poi raschiate, con intenso lavoro manuale.

Nero il disegno, bianco lo sfondo, questi quadri-non quadri sono anche oggetti, perchè hanno uno spessore  che consente loro di essere appoggiati su base.  Guardandoli si nota un’artigianalità nella tecnica che contrasta con l’aspetto formale delle immagini e per l’estrema semplificazione che ricorda il fumetto e la computer-graphic. Da sempre Gianfranco si pone le domande: chi siamo, da dove veniamo?

 

 

Da sempre Gianfranco si pone le domande: chi siamo, da dove veniamo?

Sono io, sempre me stesso, qual’è la mia vera identità’? Magari domande che ci facciamo tutti ma alle quali  lui risponde con una sua personale  ricerca  sull’oggetto-soggetto: senza o, con doppia, tripla interpreta-zione, forme allusive, spesso dal doppio senso; perchè da sempre si chiede se le cose sono sempre come le vediamo,

se può avere memoria un sasso  e, in questa mostra affronta il tema dell’identità con  la sensibile consapevolezza di sé come individuo, della  sua condizione, della  propria memoria, alla ricerca di se stesso e degli altri.

Infine quello che fa Gianfranco Milanesi è riprendere la figurazione,  ricuperando la memoria del “ritratto”, ma un ritratto nuovo, un’immagine tipica,  rappresentativa di una categoria di persone che  vuole sembrare, farsi identica ad un’altra cosa, immedesimarsi in una parte. Lo fa, sfruttando quel certo tipo di attenzione  che gli è naturale, a tutto quello che lo circonda, giorno dopo giorno, alle  varie identità e ai dettagli. Mette l’accento sulla deformazione che ha assunto questo termine con simboliche iconografie stereotipate  tratte dal vissuto quotidiano, popolare. Offuscata a tratti, l’immagine appare raffreddata e congelata nel blocco di cera.

L’elemento rappresentato è isolato, depurato dal contesto, fluttuante nello spazio,  denso della materia, anestesia sottile della realtà.

Accompagnano la mostra un video ironico e coloratissimo che racconta di un personaggio che cambia continuamente maschera e piccoli disegni a matita dal segno netto e minimale che ci fanno entrare nel meccanismo profondo della sua sensibile identità culturale.

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Gli autori e le opere del passato sono un patrimonio storico di linguaggi codificati, disponibili per nuove interpretazioni ma in questo caso non possiamo parlare di omaggi  o citazioni, perché non si tratta di rifare un capolavoro alla “maniera di” De Chirico, Picasso e molti altri, ma di una appropriazione attraverso il proprio vissuto, la cultura odierna, le proprie emozioni  per modificarlo e reinterpretarlo alla luce del presente. In un’epoca in cui tutto è già stato detto, scritto, dipinto e i margini d’azione per il nuovo, soprattutto in pittura sono minimi, diventano secondo il pensiero di Clara Brasca  possibili nuove aperture solo muovendosi liberamente nella Storia, raccogliendo e ricomponendo i  frammenti  del sapere di questa cultura  e rielaborandoli. Le tele esposte raffigurano figure femminili che si muovono e abitano gli spazi astratti di Mondrian, Malevic, Fontana e la ricerca cromatica è ridotta a volte al semplice bianco e nero, per concentrarsi maggiormente sulla dimensione spaziale.  

 

In questa occasione saranno esposti in galleria quadri inediti, dipinti a olio su lino in formato quadrato cm. 120x120 eseguiti nel 2009. Nello studio saranno presenti anche opere di vario formato.

Clara Brasca  periodicamente riprende e  sviluppa  in sequenze di opere dal vario contenuto espressivo, in occasione di vari appuntamenti espositivi. Compie un viaggio artistico nel quale la contemporaneità è considerata come simultanea al passato e la storia come un eterno presente, da elaborare e da cui attingere.

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Dal 26 gennaio al  28 febbraio 2010

Clara Brasca "arte dall’arte"

Abitare il quadrato, Spazio pittorico, Poststorico, sono alcuni titoli che danno una ragione  della ricerca di Clara Brasca, artista milanese che ha esposto molte  delle sue opere  anche all’estero. Disvelamento è un quadro bianco nel quale è raffigurata  l’insondabile oscurità di un taglio di Fontana, dal quale immaginavamo l’accesso ad un’altra dimensione, si affaccia inaspettatamente una Venere neoclassica, che ritorna titubante nella speranza di venire nuovamente accolta e considerata il centro e il motore dell’arte.  Il  tema  della  mostra  è  un  motivo  costante dell’iter pittorico, che

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Pensavo al concetto della trasfor-mazione di Jung, trasformazione della propria personalità, intesa come ampliamento ed espansione della stessa, dovuta all’accettazione del cambiamento e delle esperienze che hanno arricchito il passato.

Così ho voluto concentrarmi sulle carte raccolte nella mia vita: disegni, dipinti, appunti, riviste, giornali d’arte, così sempre avidamente letti.

Ho ridotto queste carte in linee di poco spessore, ogni foglio strappato, ripiegato, attaccando poi una striscia all’altra resa quindi come unica striscia temporale arrotolandola su se stessa a spirale. Operazione infinita: tagliare, strappare, unire, incollare, arrotolare ossessivamente, come per trovare, nel tempo, un senso attraverso il mio operato ossessivo.

E nel continuare  si racconta.

I mandala che partono da un centro e si sviluppano verso l’esterno ne sono il risultato visivo. Condensati di tempo trascorso, di immagini e parole che mi appartengono ormai. Così i mandala diventano una necessità di sopravvivenza, una risposta al cercare un ordine alle cose, ai pensieri; l’operare in questo modo diventa un atto meditativo che trova forma.

Il tempo trascorso ha costruito la mia vita, mi ha regalato una mia identità, l’intervallo di tempo trascorso è stato importante così come lo è, ora, riorganizzare l’esperienza del passato in un altra, dandole una nuova vita dentro ad una forma reale piegando, incollando, arrotolando...

Dal 16 settembre al 15 ottobre 2010

Nadia nava e Sergio Borrini  "IN CERCA D’AUTORE"

La commistione tra parola e immagine (molto dibattuta in questi ultimi anni) ha da sempre coinvolto il mondo dell'arte  attratto dalle molteplici possibilità evocative e quindi anche “visive” che la parola possiede. Anche il libro, proprio per le sue specifiche caratteristiche, ha trovato nell'arte moderna e contemporanea numerosi estimatori e interpreti. Un titolo, una frase, un concetto di un libro possono scatenare nel lettore (in questo caso nel

lettore-artista) significative immagini. Sergio Borrini e Nadia Nava lavorano da diversi decenni su questo particolare aspetto dell'arte contemporanea. Nella serie di libri-oggetto che presentano  in questa particolare mostra personale a due, estrapolano, dalle loro letture, alcuni momenti-base degli autori  dei testi scelti, cogliendo quella che, a parer loro, è parsa l'idea essenziale.

 

 

Non hanno mai pensato però di realizzare delle “illustrazioni” o di farne una semplice interpretazione letteraria. Quello che traspare nelle loro opere è una lettura che testimonia come ciascuno di noi interpreti l'altrui sempre secondo se stesso.

 

Catalogo con testo critico di Angela Madesani

 

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Dal 11 novembre al 20 dicembre 2010

Paolo Pessarelli "MI QUERIDO JOSE’ "

La sua è una raccolta della memoria della macrostoria del mondo, quella della politica, dell’economia su cui pone le fotografie delle persone normali, raccolte nei mercatini. Centinaia di microstorie che ripesca dal nulla, da una sorta di oblio eterno. In realtà quelle persone vissute cinquanta, sessanta, settanta anni fa, probabilmente già morte, anzi sicuramente già morte, con le loro immagini sono più vive di quei fogli di carta. Così l’apparente non senso diviene operazione estetica stimolante, intelligente. È un tentativo di conservazione, senza nessun intento archivistico o scientifico, piuttosto sentimentale. Le persone, la gente comune, gli studenti, i militari, le ragazze,

ra della storia, quella in grande stile che non riflette il sentire di ciascuno di noi. Il destino è quasi sempre la dimenticanza. Si pensi al tempo senza la possibilità di registrazione delle immagini, alle centinaia di milioni di coloro, che sono transitati, dei quali nulla è restato, di loro, della loro esperienza. E ancora il rimando al mondo dell’economia, all’eterna lotta, alla competizione senza regole.  

Viene a crearsi nel suo lavoro un interessante rapporto tra le immagini in bianco e nero delle fotografie e il colore della carta di giornale, a creare una sorta di contrasto pittorico, perché è dalla pittura che Pessarelli arriva.  

Il nucleo del lavoro di Pessarelli è la riflessione sulla falsità della storia che rappresenta perlopiù l’aggressività umana, al di fuori dalla normalità. Così Perec e il suo concetto di infraordinarietà . Si parla dei treni solo quando deragliano, degli operai quando scioperano. Il tentativo è quello di ridare dignità a certi episodi. La sua diviene una grande biblioteca del ricordo alla Hrabal,  dove i codici si confondono, mutano la loro prima destinazione e in fondo conferisce un senso, con ironia sottile e intelligente, all’inutilità. Riesce a regalare una nuova esistenza ai personaggi pescati alla rinfusa sulle bancarelle dei rigattieri, che sono chiamati a recitare ancora una volta e si prende gioco, mutandone il valore linguistico, delle seriose e, in fondo, insignificanti pagine dell’economia.. )  Angela Madesani

le sartine e gli impiegati passano dal suo lavoro che conferisce loro una piccola eternità. Gli oggetti, le fotografie, indici della realtà, sono l’unica cosa che rimane di una persona anche quando è finito il ricordo diretto. Una riflessione la sua che richiama la ricerca di Christian Boltanski, anche se qui l’atmosfera è diversa, maggiormente legata alle contingenze del tempo nostro. L’indagine è rivolta alla lettu-

 

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