Dal 10 febbraio al 20 marzo 2015

NAPOLETANA BALLATA - MAROSIA CASTALDI

 

In questa seconda occasione di dialogo ideato da Roberto Borghi, (seguito del precedente dialogo Costa – Nosari ) l’incontro coinvolge due grandi artiste: La nota

scultrice e scrittrice Marosia Castaldi in dialogo con Elisabeth Scherffig; le cui tracce di paesaggio in mutamento segnano il passato e il presente, con descrizione analitica per giungere alla ricchezza della metafora.

 

Per questa inaugurazione FAUSTA SQUATRITI presenterà un suo libro d’artista dedicato a Marosia Castaldi e fatto proprio per lei, per presentarlo in questo momento.

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MAROSIA E LA CARTA di Elisabetta Longari

 

Nell'opera di carta e su carta di Marosia più che altrove si riscontra la natura più autentica dell'immaginazione, quella facoltà, propria principalmente dei bambini intenti nel gioco e degli adulti nell'arte, capace di tutto a partire dal nulla e che ha appunto origine in questo nulla che è il tutto. Marosia si circonda infatti di catene di parole e di immagini che la cingono come collane preziose per poi correre lontano con andamento danzante; a volte invece si gonfiano come code di draghi in grandi spire che trascinano l'autrice, il lettore e l'osservatore in gorghi pericolosi. La reciprocità delle sue forme espressive è sotto gli occhi di chiunque, a partire dal materiale prescelto: la carta, anzi, spesso proprio quello stesso foglio di carta di formato A4 che utilizza per scrivere il corpo variegato e turbolento dei suoi romanzi e racconti. Sull'A4, con penne e pennarelli, preferendo ancora una volta mezzi tipici della scrittura più che delle “belle arti”, traccia, come per non interrompere il flusso omogeneo del racconto, grovigli di forme cave, contorni di figure e volti - molti i volti visti contemporaneamente di frontee di profilo-  con un segno che non si distoglie dal foglio se non per passare ad un altro. Il vastissimo corpo dei suoi disegni, che si direbbe frutto di una pratica implacabile, una specie di scrittura automatica sui generis, compone una parata di maschere e personaggi che si presentano anche nella sua opera letteraria e nelle fragili sculture, leggere e “portatili”. Anch'esse derivano per lo più dai fogli A4 ritagliati in sagome riempite di colore e propongono incontri tumultuosi tra i personaggi. Teatrini che in verità non conservano quasi alcuna venatura ludica e puerile, anzi, si rivelano piuttosto con un gusto tragico alla Guernica; disegni che sembrano sorgere sorprendentemente dal collegamento di stelle lontane tra loro, segni che danno forma a costellazioni sconosciute. Perché v'è un che di siderale, ma nel contempo anche di intimo e abissale, nel mondo di Marosia, che è della stessa natura - ambigua, meravigliosa e terribile - di ciò che cova nel profondo di ciascuno. La sua opera, considerata nel variegato insieme di romanzi, racconti, disegni e sculture, compone una sorta di Comédie Humaine, declinata in un incalzante ritmo di labirinti di carta dove ciascun osservatore trova e perde continuamente sé stesso, abbagliato da echi di pitture vascolari e affreschi pompeiani, irretito dai riflessi di calchi della statuaria classica e dei corpi di Pompei, ammaliato da allusioni a diversi universi anche dissimili: a Memling,Tintoretto, Regina, Savinio e De Chirico (di quest'ultimo penso in particolare alle azioni, tremendamente compresse e “fuori contesto”, dei Gladiatori costretti negli angusti interni di stanze e corridoi). Gli autoritratti, e più in generale le presenze femminili, sono preponderanti; Marosia rappresenta dunque più spesso donne, sovente disperate, agitate, scomposte, intente in forti reazioni provocate da violenza e gratuità, dal vero volto del tutto che è il nulla. Sullo sfondo si ode il clangore delle armi.

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Dal 21 aprile al 29 maggio 2015

DALLA LUCE NELL’ACQUA - PINA INFERRERA

 

Non è la prima mostra di Pina Inferrera presso la galleria Maria Cilena. Nei suoi lavori fotografia e poesia diventano termini intercambiabili che nutrono i nostri occhi, la nostra immaginazione e la nostra mente recuperando così la funzione più profonda del gesto creativo.

 

Essenziale anche il ruolo dell’acqua nell’opera di Pina Inferrera. Con Lei l’acqua assume il ruolo vitale dei quattro elementi del mondo. A volte è specchio nel quale l’albero raddoppia una dimensione mitica; a volte è un cielo nel quale crescono con timidezza metamorfica i tronchi oppure gli esili rami fantomatici di una vegetazione altra. Oppure l’acqua diventa l’oggetto centrale del quadro così il fogliame è un mero contorno. A volte, ma più raramente, è il cielo ad assumersi queste funzioni con un esito altrettanto immaginifico.

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Roberto Mutti (...) Da molti anni Pina Inferrera interroga la natura. Apparentemente può sembrare che si limiti a fotografarla, ma il fatto che usi abitualmente l’obiettivo come un occhio che non impone una specifica visione ma attende quella che gli si para davanti è un indizio prezioso per capire la sua vera intenzione. Con estrema pazienza indaga in luoghi che ben conosce scegliendoli fra quelli meno frequentati perché la presenza umana in questi casi è un elemento di disturbo. A quel punto si trova, infatti, a confrontarsi con una dimensione immersa nel silenzio, una situazione sempre più rara e proprio per questo ricca di sorprendenti prospettive: poiché il silenzio assoluto non esiste, una volta eliminati i rumori molesti la fotografa ci insegna che i nostri sensi sanno scoprire e valorizzare emozioni altrimenti impercettibili. E’ la luce a questo punto a svolgere la funzione di elemento capace di introdurre minime ma fondamentali variazioni sul tema: il lentissimo eppure improvviso rivelarsi dell’alba, l’avanzare delle ore, la matura consapevolezza della giornata, lo spettacolare sperdersi del tramonto sono una tavolozza cromatica ma anche un qualcosa di misterioso con cui è inevitabile confrontarsi.

Ecco perché Pina Inferrera, posta di fronte a tutto ciò, comincia a interrogare la natura ed è inseguendola che riesce a fermare le atmosfere con cui meglio si è sentita in sintonia. Non è casuale che tutto questo avvenga nel luogo di incontro fra tre stadi naturali: quello aereo costituito appunto dalla luce e dal cielo, quello materiale dato dagli alberi e dal fogliame che rappresentano il soggetto più evidente con cui confrontarsi e quello acqueo che si trova nella superficie specchiante dove ogni elemento converge per assumere nuove, vitali sembianze. Da questo punto di vista la “scoperta” dell’acqua permette all’autrice di introdurre nelle sue immagini una ulteriore finezza perché il riflesso delle luci e la delicatezza dei cromatismi confondono lo sguardo introducendo però uno spiazzamento percettivo che ha la lievità di un gioco.